Il meccanismo di liquidazione dell’assegno sociale (Corte di Cassazione, sentenza 7 febbraio 2024, n. 3522)

Interessante pronuncia della Corte di Cassazione che, con la sentenza del 7 febbraio 2024, n. 3522, ha delineato tutti i passaggi del meccanismo di liquidazione dell’assegno sociale, inquadrando normativamente le varie fasi del procedimento.

La Suprema Corte era stata chiamata a decidere sul ricorso di un assistito che aveva, nelle precedenti fasi di merito, vanamente contestato la richiesta di ripetizione dei ratei dell’assegno sociale fino ad allora corrisposti dall’INPS. Sosteneva la difesa del ricorrente che, ad onta dell’avvenuto superamento del reddito, la Corte d’Appello territoriale avrebbe dovuto applicare l’art. 52 della legge n. 88 del 1989 e l’art. 13 della legge n. 412 del 1991 in tema di irripetibilità degli indebiti pensionistici, e valorizzare il legittimo affidamento del percipiente.

La motivazione di rigetto della Suprema Corte. Il procedimento amministrativo di liquidazione dell’assegno sociale si compone di due fasi: la prima termina col provvedimento di mera erogazione provvisoria dell’assegno sociale, disposto in virtù delle dichiarazioni dell’assistito che ha dichiarato la sussistenza dei presupposti di legge (in particolare, il reddito che presuntivamente egli percepirà nell’anno in corso); la seconda fase prende invece avvio a seguito della presentazione della dichiarazione dei redditi, allorché devono essere espletate le necessarie verifiche sulla congruenza tra i dati racchiusi nella domanda dell’interessato e i redditi effettivamente percepiti, così come comprovati dalla dichiarazione presentata.

Nel respingere il ricorso, la Corte di Cassazione ha così motivato la decisione adottata:

La ratio decidendi della sentenza impugnata s’incardina sul peculiare meccanismo di liquidazione dell’assegno sociale, scandito in una fase di erogazione provvisoria e in una successiva fase di conguaglio, che s’inquadra nel momento successivo alla presentazione della dichiarazione dei redditi (pagina 3 della pronuncia d’appello).

È immanente al sistema normativo una scissione tra la liquidazione provvisoria, che muove dalle attestazioni rese dall’interessato, e le verifiche successive, che non possono prescindere dalla dichiarazione dei redditi, proprio alla luce della concatenazione delle fasi del procedimento, prefigurata dalla legge.

L’art. 3, comma 6, quarto periodo, della legge n. 335 del 1995 dispone, infatti, che l’assegno sia erogato con carattere di provvisorietà sulla base della dichiarazione rilasciata dal richiedente e sia conguagliato, entro il mese di luglio dell’anno successivo, sulla base della dichiarazione dei redditi effettivamente percepiti.

Nell’assetto vigente, pertanto, a differenza di quanto era previsto per la pensione sociale dall’art. 26 della legge 30 aprile 1969, n. 153, la domanda amministrativa non dev’essere più corredata dalla certificazione degli uffici finanziari che attesta le condizioni d’indigenza dell’assistito (Cass., sez. lav., 18 novembre 2016, n. 23529).

È l’interessato, con la propria dichiarazione sulla sussistenza dei presupposti di legge per accedere alla provvidenza, a dare impulso al procedimento amministrativo, formulando un giudizio prognostico sulle proprie condizioni di bisogno. La presentazione della dichiarazione dei redditi effettivamente percepiti si colloca in un momento successivo e si procederà allora a un eventuale conguaglio, nell’ipotesi di scostamento tra la situazione reddituale dichiarata in anticipo e i redditi concretamente conseguiti.

Secondo l’accertamento di fatto compiuto dalla Corte di merito, l’azione di recupero s’innesta nella fase successiva alla presentazione della dichiarazione dei redditi, allorché devono essere espletate le necessarie verifiche sulla congruenza tra i dati racchiusi nella domanda dell’interessato e i redditi effettivamente percepiti, così come comprovati dalla dichiarazione presentata.

In un procedimento che si esplica in due fasi, indefettibili e distinte, la mera erogazione provvisoria dell’assegno sociale, disposta in virtù delle dichiarazioni dell’assistito che ha avvalorato la sussistenza dei presupposti di legge, non può fondare un affidamento meritevole di tutela nell’irripetibilità della prestazione concessa, finché il procedimento non si completi con la presentazione della dichiarazione dei redditi. Nel disegno del legislatore, tale dichiarazione costituisce adempimento imprescindibile, deputato in via esclusiva a documentare le condizioni di bisogno dell’assistito e ad attivare le indispensabili verifiche dell’Istituto.

Correttamente, pertanto, la Corte d’appello ha valorizzato la scansione cronologica dell’azione di recupero intrapresa, che non si risolve in un mero conguaglio ed è comunque inidonea, per i tempi in cui è stata attuata, a ledere un affidamento legittimo nell’intangibilità di un’erogazione che la legge stessa qualifica come provvisoria e perciò per sua natura passibile di successive verifiche.

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