Estratto conto contributivo: il lavoratore ha diritto ad avere dall’INPS la corretta informazione circa la consistenza dei versamenti contributivi in corso e, in caso di inadempimento, può agire in giudizio per far dichiarare la lesione del suo interesse

La vicenda processuale prende le mosse dal ricorso presentato al Tribunale di Verbania da una lavoratrice, che ha esposto di aver constatato che sul proprio estratto conto contributivo non risultavano accreditati un certo numero di contributi relativi ad alcuni anni, durante i quali aveva prestato attività lavorativa subordinata. Non avendo ottenuto nella fase amministrativa adeguata e soddisfacente risposta dall’Istituto previdenziale, ha chiesto al giudice del lavoro di accertare la sussistenza di tale contribuzione e di condannare l’INPS al computo della stessa a fini pensionistici.

A seguito del rigetto dell’azione da parte del tribunale di prima istanza, la donna ha interposto appello dinanzi alla Corte di Appello di Torino, la quale, ribaltando la decisione di primo grado, ha accolto la domanda, pronunciando sentenza di accertamento del diritto della lavoratrice di vedersi computare i contributi relativi al periodo pretermesso dall’INPS (Corte d’Appello di Torino, Sezione Lavoro e Previdenza, Sentenza 24 ottobre 2023, n. 436).

Le motivazioni della sentenza

Afferma la Corte di Appello decidente: “L’ammissibilità di domande di accertamento del diritto all’accredito di contributi è stata affermata dalla Suprema Corte in pronunce non recenti, secondo cui: «Deve essere anzitutto rilevato che già la richiesta di accertamento del diritto alla tutela assicurativa (in ciò sostanziandosi l’accertamento della c.d. posizione assicurativa) per un determinato periodo risponde ad un interesse attuale del richiedente, come tale tutelato anche in sede giurisdizionale dall’ordinamento, indipendentemente dalla maturazione di specifici diritti a particolari prestazioni assicurative, in quanto in base a tale ricognizione del rapporto il soggetto è in condizione di valutare la possibilità di richiedere, in via di esempio, la ricongiunzione di periodi assicurativi o il proseguimento volontario della contribuzione o il collocamento in pensione (cfr. Cass. 30 gennaio 1985, n. 636; 6 marzo 1971, n. 600)” (Cass. 17223/2002, v. anche Cass. 13648/2003)».

Dette risalenti decisioni – continua il giudice di appello torinese – non sono contraddette da pronunce di segno contrario, come emerge da quanto incidentalmente osservato dalla S.C. in recenti pronunce relative alla diversa questione della regolarizzazione contributiva (v. Cass. 6722/2021 e Cass. 26248/2023). Né la tutela della posizione assicurativa – a differenza di quanto ritenuto dal Tribunale – può essere considerata un elemento frazionistico della fattispecie costituiva di un diritto (ossia il diritto alla pensione), costituendo essa, al contrario, una posizione autonoma, come tale tutelabile di per sé: essa infatti trova fondamento nell’art. 54 L. n. 88 del 1989, che, nell’ambito del rapporto giuridico previdenziale, prevede un vero e proprio diritto del lavoratore assicurato, cui corrisponde uno specifico obbligo dell’ente di previdenza, alla corretta informazione circa la consistenza del credito contributivo in corso, con la conseguenza che, ove tale diritto rimanga insoddisfatto a causa della mancata o non corretta determinazione da parte dell’ente, il lavoratore ha un interesse qualificato ed attuale ad agire in giudizio, anche a prescindere dal pensionamento, onde far dichiarare la lesione derivante dall’inadempimento (cfr. Cass. 9125/2002 e Cass. 304070/2019 in materia di maggiorazione contributiva per i periodi lavorativi di esposizione all’amianto ex art. 13, 8 comma L. n. 257 del 1992)”.

Non è quindi applicabile – afferma ancora la Corte d’Appello – la giurisprudenza di legittimità, richiamata dal Tribunale, relativa alla ben diversa fattispecie della domanda volta ad accertare un grado di invalidità, domanda, questa, inammissibile, costituendo il grado di invalidità, appunto, elemento soltanto frazionistico del diritto ad una prestazione previdenziale o assistenziale piuttosto che ad un’altra diversa prestazione”.

E quindi, conclude la Corte territoriale torinese “la domanda dell’appellante è ammissibile sotto il profilo non soltanto del suo contenuto (di accertamento del computo dei contributi versati), ma anche dell’interesse ad agire, essendo quest’ultimo integrato proprio dalla contestazione dell’Istituto in ordine alla computabilità dei contributi (cfr. Cass. 6409/2002) e quindi dalla situazione di incertezza in merito alla posizione contributiva, tanto più che proprio la scelta se presentare o meno domanda di pensione può essere condizionata dal corretto computo dei contributi versati e dalla corretta informazione al riguardo”.

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